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Un atteggiamento che ho notato spesso, non solo in ambito lavorativo, è la reticenza a far entrare un nuovo elemento in un gruppo già consolidato. Questo atteggiamento, a volte, non è dettato tanto dalla cattiveria, quanto più da una spinta inconscia a voler proteggere l’equilibrio che si è creato nel gruppo e che un nuovo componente potrebbe sconvolgere. Voler proteggere il proprio equilibrio e i propri confini non è totalmente sbagliato, purché non vada a discapito del benessere di un’altra persona.

Allora, cosa si può fare in questo caso? Una prima cosa che suggerisco a coloro che fanno parte di un gruppo, è di sforzarsi di essere più aperti alle novità e dare almeno una possibilità al nuovo arrivato o alla nuova arrivata di dimostrare che non è assolutamente una minaccia alla serenità e all’equilibrio del gruppo. Nel caso i timori siano fondati, ovviamente avete tutto il diritto di proteggere la vostra serenità e allontanare la causa del disequilibrio.

Per chi, invece, si trova dall’altro lato del muro della diffidenza nel quale creare una breccia, la cosa più semplice da fare è tentare un approccio inserendosi in un discorso per esprimere il proprio parere in modo discreto e rispettoso. A volte basta un piccolo contributo, un commento pertinente o una domanda posta con gentilezza per iniziare a far cadere qualche mattone di quel muro. A questo punto si apriranno due possibili strade:

1.se emergono segnali di disponibilità al confronto, come ad esempio rimanere nella conversazione invece di interrompere o allontanarsi, si può provare a instaurare un ulteriore dialogo;

2.se l’altra persona mostra segnali di chiusura, come distacco, risposte secche o rifiuto del confronto, è meglio non forzare la situazione e rivolgersi a chi appare più disposto al dialogo.

Un’altra causa di disequilibrio nell’ambiente di lavoro sono i colleghi tossici, poco trasparenti e che parlano alle spalle. Avere a che fare con colleghi di questo tipo non è affatto semplice: può essere frustrante e persino deleterio. Il loro atteggiamento tossico e negativo finisce spesso per contaminare l’ambiente lavorativo, generando malumore e favorendo la comparsa di pensieri negativi in chi li circonda.

Quando ci si trova ad avere a che fare con colleghi di questo tipo, le strade possibili sono sostanzialmente due. La prima è scegliere di ignorare le provocazioni, lasciar scivolare tutto addosso e mantenere con loro rapporti esclusivamente professionali, cercando di stare il più lontano possibile dalle dinamiche tossiche.

La seconda è provare a capire cosa si nasconde dietro il loro comportamento: parlarci, tentare di instaurare un dialogo e osservare se c’è apertura o meno. Se dall’altra parte non c’è alcuna collaborazione, è meglio lasciar perdere e tornare alla strategia del distacco. Se invece il collega mostra disponibilità, si può provare a chiarire la situazione e cercare un punto d’intesa.

A volte può capitare che qualcuno dica o faccia qualcosa che venga frainteso o percepito come offensivo, pur senza volerlo. Per evitare malintesi, la cosa migliore è affrontare un dialogo con sincerità, parlando direttamente con la persona interessata. Questo vale tanto per la persona che potrebbe essersi sentita offesa quanto per quella a cui viene attribuito il comportamento offensivo.

Vi è mai capitato di dare una mano a un collega e, nel momento in cui avevate bisogno voi, ricevere solo porte chiuse? Essere gentili e disponibili è importante, ma non deve mai trasformarsi in una strada a senso unico. Quando ci si accorge che l’aiuto non viene mai ricambiato, è sano mettere dei limiti e smettere di offrire supporto a chi, di fatto, non lo merita.

Certo, nel momento in cui sarete voi a non poter essere disponibili, verrete subito etichettati come egoisti o insensibili. In questo caso, ricordatevi che non dovete dimostrare nulla a nessuno. Avere dei limiti non vi rende egoisti, ma consapevoli. Imparate a non lasciarvi condizionare dai giudizi altrui e restate saldi nelle vostre scelte: chi vi stima davvero, capirà.

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